I miei duemila anni

18 Gennaio  2018

Il mio paese visto dall’alto sembra una clitoride, si erge per circa novecento metri di altitudine tra due grandi vallate e i paesi intorno raggiungono i mille cinquecento metri e qui sono nato nella Pasqua del 1947.

Una delle particolarità del mio paese, posto nell’alto Molise, è costituito dai nomi delle persone, molti dei quali attualmente caduti in disuso. Questi nomi erano prevalentemente di discendenza Greca e se ne può avere un riscontro sui nomi di numerose tombe.

Per esempio un mio fratello Ettore, un mio amico Enea, un mio cugino Ulisse, poi Penelope, Andromeca, Clitennestra o derivati che non mi vengono più in mente. A questo punto sul cartello di benvenuto bisognerebbe aggiungere sotto “paese omerico”

Alle scuole elementari, come si chiamavano allora, ci insegnavano facendoci cantare, gli inni patriottici e una vecchia presumo, poesia ottocentesca , che cominciava così: “Il mio paese sembra un presepe, dai fianchi ubertosi, ricco di uliveti, vigneti, frutteti e boschi…”

Nell’arco dell’anno si svolgevano molte feste, i contadini tornavano dalle masserie  e alloggiando nelle loro case in paese, festeggiavano invadendo le vie e le piazze. In queste occasioni ci si abbandonava agli “Inni alla gioia”con fiumi di vino, che allora era considerato la panacea per tutti i mali.

Da quando sono nato e fino a sette anni, c’erano due fontane in paese, un lavatoio comune, accostato al municipio e non esistevano fognature, che furono realizzate nella seconda metà degli anni cinquanta. Mio padre per le nostre esigenze familiari aveva scavato prima un pozzo nero in una stalla.

Non esistevano elettrodomestici, frigoriferi, televisori, lavatrici, phon, lavastoviglie, c’erano in giro solo un paio di radio nelle case dei più abbienti. Quello che ci dava l’illusione di vivere nel secondo millennio era la luce elettrica, che ci veniva regolarmente servita quando non serviva, cioè d’estate.

D’inverno andava via ad ogni folata di vento gelido, oppure se malauguratamente in casa accendevi più di due lampadine saltava. Queste servivano anche a distinguere il ceto sociale, per  i poveri erano di 15 watt, per il ceto medio di 25 e per i ricchi e nobili di ben 40.

Quando studiavamo nelle fredde serate invernali, i più abbienti potevano farlo a lume di candele, il ceto medio con le lampade ad olio (costava meno della cera) ed i più poveri con le spalle arroventate alla luce della fiamma del focolare (camino)

L’unica via di comunicazione ci collegava ad una cittadina vicina, che svolgeva le funzioni di polo politico e commerciale per tutti i paesi confinanti. Questa via non era asfaltata ma solo brecciata, purtroppo non con simpatici sassolini rotondi di fiume, ma con pezzi di pietra frantumati e di conseguenza appuntiti. Era impossibile l’uso della bici, ammesso di avere i soldi per potersela comprare.

Gli spostamenti si facevano prevalentemente a piedi, però a questo riguardo eravamo fortunati, perché tutte le calzature venivano fabbricate a mano. Mi ricordo che mia madre mi portava dal calzolaio, questo mi prendeva la misura del piede, poi le costruiva in cuoio, alte sopra la caviglia e con la suola spessa più di un centimetro. Questi strati di cuoio venivano tenuti insieme dalla colla e da una chiodatura fatta di “centrelle” una specie di puntine da disegno, spesse, grosse e pesanti.

Da notare che le scarpe fatte per i ragazzi avevano una struttura triennale, infatti mi ricordo di un anno che avevo la misura trentasette e mi venne prodotta con in trentotto. Questo per consentire che il primo anno mi venivano larghe, il secondo giuste e il terzo strette, poi eventualmente riciclate per i più poveri. Inutile specificare che con queste calzature non si poteva circolare sui pavimenti piastrellati , perché si finiva a gambe all’aria.

In questo contesto ha avuto inizio il mio curriculum lavorativo:

-Da quattro mesi a due anni, lo “spaventapasseri” fasciato come un salame, depositato vicino ad un lenzuolo con i chicchi del grano messo ad asciugare , piangendo e gesticolando con le braccine allontanavo gli uccelli.

-Da due a sei anni , guardiano di polli e maiale.

-Da sei a dodici anni, un grosso salto di qualità, mi occupavo di recupero crediti. Mia madre che faceva la fornaia molto spesso a credito, di volta in volta mi spediva presso i più inadempienti per esigere il pagamento. Questi mi pagavano con frutta, verdura, polli, uova , olio, vino ecc. Se il baratto non soddisfaceva la cifra pattuita volavano improperi ai miei confronti, qualche volta accompagnati da qualche sberla.

I giocattoli non esistevano se non una volta l’anno in occasione del santo patrono. In questa ricorrenza arrivavano in paese quattro o cinque bancarelle  e mio padre in questa occasione mi comprava sempre una corrierina di latta, per giocare sul marciapiedi.

Crescendo i giocattoli ce li costruivamo da soli, quasi tutti pericolosi, dalle lance con le canne, alle fionde e alle frecce, fatte con le stecche degli ombrelli. al volo in alto dei barattoli di latta con il gas solido.  …

Stralcio dal mio libro di prossima pubblicazione”La locanda di mia moglie”

 

 

 

 

 

 

 

Autore: riflessioniopinioni

sono nato in un paesino dell'alto Molise, la sera di pasqua del 1947. A Milano da mezzo secolo, sposato, con tre figli ed altrettanti nipoti. vivo in un bel paese della campagna pavese. ho svolto molte attività, leggo da sempre e scrivo libri da cinque anni. Genere romanzi, gialli, storici e per bambini

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